Petra: in viaggio da Barcellona a Genova


Dopo l’esperienza seriale pionieristica di Quo vadis, baby? nel 2008, con Angela Baraldi nei panni dell’investigatrice Giorgia Cantini, Sky è tornata di recente su narrazioni poliziesche al femminile adattando la serie di romanzi di Alicia Giménez Bartlett sull’ispettrice Petra Delicado (Delicato nella versione televisiva italiana coprodotta con Cattleya, 2020-), che dalla Barcellona degli anni Novanta (il primo romanzo, Riti di morte, è del 1996) vengono così rilocati nella Genova contemporanea. Sulla base alle interviste che abbiamo realizzato per ricostruire la storia di produzione della serie, possiamo sintetizzare la scelta della location italiana sulla base di tre ordini di ragioni.

La prima è legata alle analogie con la città di ambientazione dei romanzi. “Se uno ha letto i libri” dichiarano gli sceneggiatori Furio Andreotti, Giulia Calenda e Ilaria Macchia “sa che Barcellona è praticamente un personaggio, vive di tutti i suoi quartieri, le sue stratificazioni sociali, e poi è una città di mare, un grande porto, un via vai di culture e di gente”. Come spiega la produttrice di Cattleya Arianna De Chiara, Genova ha offerto tutti questi elementi, e in particolare una “verticalità” che è sia geomorfologica e architettonica, e quindi visiva, sia storica, come stratificazione sociale e culturale. Come sottolinea anche la regista Maria Sole Tognazzi, Genova “è una città che a seconda del quartiere ti permette di raccontare stati d’animo diversi”.

La seconda ragione risiede nella capacità di Genova di raccontare il personaggio di Petra e la sua fuga da Roma, sua città di origine nella trasposizione italiana. Come hanno sottolineato gli sceneggiatori, “Genova è anche città schiva, e ci sembrava perfetta per rappresentare il personaggio di Petra nella sua scelta di ‘stare da parte’, la sua emotività” – una scelta emblematicamente rappresentata dai momenti di solitudine pensosa che Petra si ritaglia all’acquario o sul lungomare.

A ben guardare, Genova ha più precisamente con il personaggio di Petra un rapporto di somiglianza e al contempo differenza: per esempio, i toni chiari (anche se mai del tutto solari) che assume nel momento in cui ampie vedute urbane accompagnano il tragitto da casa alla stazione di polizia contrastano con i toni scuri e asettici degli ambienti in cui Petra vive e lavora, geometrici e “spigolosi” come il suo temperamento.

Infine, Genova si offriva come una location meno vista, meno convenzionale, e in grado di dialogare i con modelli internazionali contemporanei e la progressiva tendenza a diversificare le ambientazioni per favorire il superamento degli stereotipi turistici nazionali.

Se è vero che la “volontà di allargare gli orizzonti narrativi” implica anche la necessità di ampliare “quelli visivi” (De Chiara), bisognava “sganciarsi dal riferimento a Montalbano, e la Sicilia era zona tabu”. Lo ribadisce in maniera molto netta anche il direttore di produzione e location manager Michele Ottaggio: “Si voleva escludere una città meridionale perché si voleva un’ambientazione un po’ più nordica, una città con un passato industriale, con un’idea un po’ più europea”.

Chiaramente, l’atmosfera e la capacità comunicativa di una location non possono prescindere dalle sue modalità di rappresentazione. Da un lato, gli sceneggiatori dichiarano di non aver “mai immaginato una serie solare, che è lo stereotipo dell’Italia nel mondo. I nostri riferimenti sono sempre stati tutti al nord: […] la luce che c’è in Petra è una luce del nord e non del sud, e corrisponde perfettamente al tipo di personaggio e al tipo di storie”.

Dall’altro, riconoscono l’apporto dello stile visivo di Tognazzi, che ha saputo rappresentare visivamente quel tipo di atmosfera, e della sua “regia autoriale che dà alla serie un carattere europeo, perché porta una poetica”. Nella nostra intervista, Tognazzi ha spiegato:

Noi vediamo serie di altri paesi, talvolta siamo affascinati proprio dal fatto che provengano da quei paesi, diventa quasi un elemento di attrazione, perché ti consente di viaggiare, che è il grande merito delle storie. […] L’esportabilità non ti deve condizionare, non devi girare avendo in mente quel target di un dato paese. Sapevo che Genova sarebbe stata vista in tante parti del mondo, e questa era una responsabilità, ma avevo in mente come raccontarla e rappresentarla. Non voleva fare la Genova da cartolina, ma volevo raccontarla come fosse un personaggio, e lo è a tutti gli effetti.

Le interviste citate nell’articolo sono state realizzate online da Valentina Re ed Elena D’Amelio tra il 30 novembre e il 10 dicembre 2020.


Atlante del giallo